Semu tutti devoti tutti?

<<Uno spettacolo vergognoso>>. Affuta e vannìa i fedeli, dall’altare, Monsignor Scionti e come ogni predica che si rispetti, non può mancare la morale. <<Sant’Agata, quest’anno, ci sta insegnando la violenza>>. Amen.

A queste latitudini, la fede prende risvolti incredibili. Qui non basta andare a messa la domenica, e battere il petto al grido di mea culpa, mea culpa, mea profundissima culpa. Diversi fedeli catanesi  non hanno accettato che quest’anno si facesse loro lo sconto di seguire il fercolo di Sant’Agata su, per la ripidissima salita di via San Giuliano, resa ancor più scivolosa dalla pioggia della notte.

Alla notizia, i devoti sono entrati nel panico. Roba che il grido di una bestemmia durante la celebrazione liturgica avrebbe destato meno scalpore. Alcuni di loro hanno voltato gli occhi al cielo, confusi e attoniti, aspettando un segnale che provenisse dall’alto. Evidentemente, il timore che Agata non si sentisse degnamente onorata, ha prevalso sul senso civico. <<Appoi cu ci cummati si siddia?>>. Al siciliano non piace curare, piace prevenire. E’ risaputo.

Soprattutto, la nostra cultura si fonda su tradizioni consolidate e radicate, tanto che il non rispetto di queste, risulta ben più profano del non assolvere i  propri obblighi religiosi. Il folklore ammanta un intero modus vivendi et operandi. Quello che altrove si limita alle sagre di paese e a certe feste popolari, il siciliano lo ha eretto a giustificazione estrema di qualsiasi uso e consuetudine che, da ataviche notti, si sono instaurate sull’isola. Il folklore giustifica tutto.

Sparare con le pistole la notte di Capodanno è folklore. Spendere ingenti somme di denaro per i fuochi d’artificio è folklore. Far ballare le Candelore sotto casa di pregiudicati agli arresti domiciliari è folklore. Spingere un fercolo per una salita ripida, a danno della pubblica sicurezza, è folklore. E fervida fede.

Inutili anni di lotte antimafia. Forse, in Sicilia, se c’è un male da combattere, quello è il folklore. E la fede.

 

Non ho l’età. Essay nichilista sulla gioventù, che non parla d’amore.

Cara Gigliola,
nemmeno io ho l’età. E non è solo un fatto d’amore.

Discorrendo del più e del meno – non so cosa ve lo lasci credere – riesco sempre ad illudervi di avere anni di saggezza ed esperienza maturati alle spalle. Finché nulla è anagraficamente stimato, mi chiedereste di sollevarvi il mondo e mi offrireste anche la leva. Poi, arriva quel momento, quello per cui i veli cadono, dove non ci si può più mascherare dietro un paio di lenti un po’ più appariscenti, e l’apparenza viene necessariamente messa alla porta.

“Ma perché, tu quanti anni hai?” mi chiedete con garbo, perché eventualmente non vi va di fare la solita gaffe di sapermi più vecchia di quanto crediate. Ed io, che penso anche di scontarvi un po’ di sana soggezione, ve lo dico serenamente, con il sorriso sulle labbra, che a breve andrò a compiere 24 anni.
“Sì, giuro, 24.”
“Solamente?”

Eh, come se comunque non cominciassero già a pesare un po’.

“Macché, tu sei ancora giovane. Sei una ragazzina”.
Qualcuno, i più audaci, hanno azzardato persino un “piccolissima” che, vi assicuro sebbene non vada più sù del metro e sessantacinque, di certo non poteva riferirsi all’altezza.

Quando una persona giovane dimostra di avere testa e spirito, è finita. La leva con cui avresti sollevato il mondo se la tengono stretta al braccio per sorreggersi, per attutire bene il colpo perché “tu, non può essere, ma figurati, chissà quante ne hai ancora da vedere…“.

Il senso di disagio verso i miei anni lo subisco dalle scuole medie. Con la scusa di essere nata a Gennaio, mi dicevo sempre più grande di un anno, perché sapevo che la cosa mi accreditava agli occhi degli altri. Mia cugina odiava crescere, esser maledettamente costretta a diventare grande, e si domandava perché io avessi questa fretta.

Perché sennò non ti da retta nessuno“.

Così, quando io a 14 anni cominciavo ad avere i primi conflitti generazionali con mia madre, le dicevo che lei non poteva pensare di monopolizzare la mia vita ancora per molto e che comunque “a breve” io avrei fatto “DICIOTTOANNI!!! Ti è chiaro o no?” Ovvio che no, in mezzo c’erano quattro anni e una lunga adolescenza.

I diciotto. Ero convinta che, superati quegli anni, non avrei più dovuto dimostrare niente a nessuno. E invece. Non aver rifatto nemmeno una volta la patente fa ridere. E se parlo di una me più giovane, è inevitabile sentire un’eco che, di rimando, mi dice “ti riferisci praticamente all’altro ieri.”

Sì mi riferisco all’altro ieri. Quando il muro di Berlino cadeva, io cominciavo a parlare e voi già andavate in motorino a prendere la fidanzata. Quando la tv minacciava il Millenium Bug, voi avevate già dato il vostro primo bacio, andavate al liceo e io dovevo ancora finire le medie. Quando voi cominciavate l’Università e io volevo fare l’archeologa, poi l’avvocato, poi la giornalista, poi il magistrato antimafia, poi la peace keeper e prendevo il mio primo 4 nella versione di greco.

Eppure certa sommessa nostalgia riesco a scorgerla, tra la sorpresa e l’offesa. Perché è mortificante non riuscire mai ad essere risorsa senza una decina in più. Certo entusiasmo e voglia di fare dovrebbero esser preservati dall’incuria del tempo, bisognerebbe dar loro fiducia. E invece no. Semplicemente arriverà il momento in cui l’età non sarà più una cosa da nascondere, perché sarà il volto stesso a tradirla. Un volto rassicurante, segnato dall’esperienza e dalla vita, che nient’altro ha da aspettarsi,  più di quello che ha già visto. Allora sarà più facile condividere le disillusioni e i malumori che l’avanzare del tempo regala. Non sarà più importante quel passato in cui non ci ritroviamo. Ci sentiremo più vicini in un presente che non cerca futuro. E poi, tutti insieme staremo a lamentarci della vita con la stessa svogliatezza del quindicenne che mal volentieri tiene la testa sui libri e pensa che da qualche altra parte – in qualche altro momento- ci sarebbe stato qualcosa di meglio ad attenderlo.

 

Quella cosa lì, quasi alla fine del mondo.

Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta.
(Paul Valéry)

 

C’era una cosa che mi piaceva sentirmi chiedere, quando ero bambina.
Cosa vuoi fare da grande?
La domanda mi inorgogliva molto, perché io a differenza degli altri bambini ero convinta di sapere perfettamente cosa avrei fatto da grande. Era stata una decisione ponderata, la mia. Quasi un’illuminazione. Io sarei diventata un’archeologa. Lo decisi la sera in cui mia madre mi portò nell’antica Acropoli per una manifestazione culturale. Avevo otto anni. Da allora, tutte le mie scelte furono tese alla realizzazione del sogno. Quando in terza media le maestre chiesero a ciascuno di noi che scuola secondaria superiore avremmo scelto, io dissi “farò il liceo classico. Devo imparare il greco, io. Per diventare archeologa”.

Ero piccola, fragile e timida. Ma inspiegabilmente convinta del fatto mio.
I miei sogni andavano al di là della semplice previsione o delle semplici speranze. Erano qualcosa che stava lì, quasi alla fine del mondo. Irraggiungibile ma probabile.

L’infanzia instillava un senso di fiducia nel futuro innaturale e audace. Sembrava quasi che certe cose bastasse pensarle per ottenerle, che bastasse crederci per trovarmi già a metà dell’opera. E non contava tanto quello che facevo all’ora, lo reputavo piuttosto necessario per arrivare, passo dopo passo, a quello che volevo essere. Era fretta di crescere e ansia di vivere.

E poi, non ricordo com’è che l’hic et nunc soppiantò il futuro. Di punto in bianco, smisi di pensare a quello che sarei stata, perché incapace di sapere cosa farne di quella che ero. Cominciai a fare pensieri al presente indicativo, non più al futuro prossimo. E abbandonai il mio sogno, soppiantato da altri. Per lo più irrealizzati.

Non basta più desiderare così tanto una cosa per sentirla reale.
E’ ancora tutto lì. Quasi alla fine del mondo.

Tu chiamale se vuoi.. dilapidazioni.

 

Stamani, in un impeto di generosità verso me stessa, mi sono lasciata tentare da un’offerta su groupon. Diciannove euro netti, per 150 minuti di piacere in un percorso SPA. Non me la sono sentita di rinunciare.
Mentre attraverso lo spazio fisico che mi divide dalla mia borsa e dal portafogli che ci sta dentro, sento mia madre di là in cucina accendere la tv.

Rassegna stampa. Manovra. Pensioni. Crisi. Ecatombe.
No – mi dico- non devo lasciarmi sviare.
Proseguo nella mia marcia, non do retta a nessuno, nemmeno al gatto spalmato sul pavimento che tenta malamente di bloccarmi. Apro la borsa, tiro fuori il mio portafogli. Lo apro. Estraggo la mia prepagata. Sono decisa. Con la stessa determinazione, devo tornare al pc e acquistare il deal che mi darà l’accesso al mio Paradiso a tempo determinato. Nel tragitto opposto, a barricarmi la strada è mia madre. Mi guarda, la tazzina del caffé in mano la sorseggia come farebbe un cow boy con un whisky d’annata.

Cosa credi di fare?
Mamma - le spiego – lo so che hai una figlia che fa un lavoro che non le fa guadagnare una mazza e che non è nemmeno un lavoro,  e che, con i tempi che corrono, bisogna puntare al risparmio e ridurre al minimo gli sperperi, ma questa offerta è imperdibile!

Le illustro in cosa consiste. C’è la sauna, l’idromassaggio, la pedicure e un massaggio di 30 minuti incluso.
Praticamente meno di una ceretta, la sento sentenziare.

L’ho convinta, lo so. E, se non fosse che la spa è a Catania, se lo comprerebbe pure lei.  Mi lascia passare. Non mi ferma più nessuno. Deal acquistato.

Comunque, cerca di ponderare bene le spese che fai. Lo hai capito o no che  di questi tempi è meglio andarci cauti?
Certo mamma, non preoccuparti! Io lo so quello che faccio!

Proprio per questo mi riservo di raccontarle in un altro momento del biglietto comprato a prezzo maggiorato, pur di andare al concerto sold out dei Radiohead, a Roma.

Il treno ha fischiato. Ma è solo un arrivederci.

 

 

C’è un momento in cui tutti vanno via. I convenuti ad una festa, l’impiegato che ha finito il suo turno di lavoro. I personaggi di un libro appena finito di leggere.

Il senso di abbandono che lasciano certi saluti sa di momenti interrotti. Di cose mancate. Le persone vanno via e, pur sapendo che si tratta solo di un arrivederci, si lasciano alle spalle i titoli di coda prima della fine.

Arriva un momento, qui, in cui tutti vanno via. Con le loro valigie piene di vestiti e progetti. Non vado mica a stare dall’altra parte del mondo, dicono. Puoi sempre venire a trovarmi. Anzi, ti aspetto. Promettilo.

Ma perché andare via? Cos’è c’è altrove che non esiste qui?

Certe mattine mi verrebbe voglia di andare all’aeroporto, solo per il gusto di poter chiacchierare con ciascuno di voi e realizzare cosa mi sto perdendo. Altre volte, invece, sento l’invidia attaccarmi dentro, con la bocca serrata al mio stomaco. Vorrei farmi piccola tanto da poter viaggiare di valigia in valigia. Certe altre volte, vorrei che fosse il mio cuore grande quanto un ditale. Dove i sentimenti stanno stretti e l’affezione è poca. Non ci sarebbe posto per il rimpianto o la malinconia, lì dentro, che con così poco spazio a qualcosa dovrò per forza rinunciare.

Eppure, dopo 23 anni, la mattina mi sveglio con la strana sensazione di non volermi trovare altrove. Come temporeggiare in un caffé, pochi minuti prima che chiuda, perché ti trovi a tuo agio nella conversazione che porti avanti da un po’. Come rileggere da capo un libro, di cui sai già tutto, e per questo sai che non ti annoierà.

Io lo odio questo posto. Odio il compromesso, la vergogna di dover sottostare al potere delinquenziale per il quieto vivere. Ma non basta scappare lontano chilometri, per coprire la puzza di zolfo del vulcano. Ci sono precisi angoli della città, e strade, che sembrano braccia di mamma. E non basta tutto l’odio per ripudiarla.

Caro Nicolawski,
promettimi che tornerai. In fondo ce l’eravamo promesso che ci saremmo impegnati a cambiare le cose.

Catania 23 novembre 2011.


 

La fine di Orlando

Voleva andare a vivere con me, lui. Io ero un po’ scettica. Ma mi lasciai coccolare dalle sue fantasie sul nostro nido d’amore e alla fine mi piegai alla sua volontà. Lo seguivo devotamente per i negozi di arredamento, pensando a come sarebbe stato condividere quegli spazi che pian piano prendevano forma. Sarei diventata regina di un bivani di periferia arredato ad arte. Un mese dopo dall’acquisto della cucina e delle piastrelle del bagno, ci lasciammo. Un congedo doloroso, drammatico. Mi abbandonò così come mi aveva conquistata: con enfasi e platealità. E di quel castello in due stanze e servizi, non rimase che un cumulo di carte, crollate sotto il peso di motivazioni sovrumane.

Così la mia storia con Lui si aggiunse a un folto elenco di storie finite pressoché alla stessa maniera.  All’epoca soffrivo di una patologia che reputavo incurabile, la sindrome di Angelica. Tutti quelli di cui mi innamoravo io, una cosa avevano in comune: la tempra di Orlando Furioso. Come Madame Bovary, sembravo non provare altro piacere che stare accanto a uomini innamorati tanto da versare lacrime, per me,  che si promettevano pronti a starmi accanto fino a che i loro occhi non si fossero chiusi in balia del sonno eterno. E ognuno di loro si professava migliore di quello che era venuto subito prima. Io, totalmente ammaliata, pendevo letteralmente dalle loro labbra. Finché con il tempo, non cominciavano a spogliarsi della loro sfavillante armatura ed io cominciavo ad intravedere quello che ci stava sotto. Le loro insicurezze cosmiche, la loro anima balbuziente, dal passo zoppo e insicuro. Un’apparenza epica, offesa da un’interiorità in canottiera bianca, lercia di sugo.

Anche con Lui,si ripeteva il solito copione. Ma, stavolta, con una variante finale.  Fu il nostro ultimo incontro a darmi ispirazione. A casa sua, quella che avrebbe lasciato per stare con me. Fu lui che mi chiese di vederci, interpretando un ruolo troppo compassato per le sue corde. E tra un mea culpa e un monologo sulla difficile arte della vita del saper guardare avanti, i miei occhi caddero lì, dove mai erano stati fino ad allora.

Su una parete, in soggiorno, troneggiava un pupo siciliano in cappa e spada. Del viso si scorgevano a malapena gli occhi, tutto bardato com’era, pronto a dare battaglia. Lo vidi lì, fermo, appeso per il collo da quei fili senza i quali gli sarebbe stato impossibile muoversi.  A furia di guardarlo, cominciai a pensare che la voce che mi parlava fosse la sua e sue tutte le motivazioni del caso che giustificavano la nostra storia ferma a un capolinea. Non c’erano dubbi: il pupo mi parlava.

Farnetica qualche frase. Ma quando sono davanti a lui, non proferisce parola. Sul divano è rimasto solo il solco che ho lasciato. Quell’uomo di legno, a toccarlo, è freddo quanto la latta che lo riveste. Dall’altra parte del soggiorno, Lui sicuramente mi fissava, senza capire cosa stessi facendo. Io so solo che quel pupo, qualche istante dopo mi stava in mano. Lo rivoltavo come un giocattolo, finché dal perno sulla testa, non levai il ferro che teneva tutti i fili. Il pupo cadde a terra, in una posa sgraziata, con le gambe che andavano da tutte le parti. Guardai quell’omuncolo per un po’, poi dalle labbra non mi esplose una fragorosa risata. Erano anni che non ridevo così.

Primo amore.

Dopo essersi concessa a lui, Eva rimase a fissare chi, con lei, avrebbe dato vita alla progenie del mondo.  Lui la sovrastava, sudato e sporco, le pupille dilatate, i capelli arruffati. Fuori dal giardino, la sua nudità santa e perfetta, era carne, sangue e gemiti.  Le sembrava di poterlo vedere, adesso, nella sua vera essenza di uomo.

E, sebbene la natura animale avesse preso il sopravvento su quella divina, non ci furono imbarazzi tra quei corpi nudi.
Mentre ancora giaceva in lei, cominciò ad accarezzarle il ventre e a baciarle una spalla. Eva, con le dita della mano, toccò il suo costato, per  sentire il vuoto lasciato dalla sua presenza. Per aver me, hai dovuto ceder qualcosa di tuo, gli sussurrò a un orecchio e subito dopo prese a baciargli il viso e il collo, scendendo giù, fino all’altezza del cuore.

E tardava ad arrivare il pentimento. L’un dentro l’altra, giacevano lì, senza pensare a niente, che tutto doveva ancora venire.

Stesso giorno, un anno fa. Il passato in 64 bit.

Da quando Facebook s’è messo in testa di dovermi ricordare cos’ho scritto lo stesso giorno di anni fa, é tutto un andirivieni di ricordi. Che, sembra una banalità, ma a rileggerle, certe cose, fanno un po’ sorridere e un po’ lasciano sospesa rabbia di momenti complicati, per lo più mal risolti, ma tutti puntualmente accantonati in un cantuccio di tempo al passato remoto.

In questa galleria emotiva, un posto d’eccezione lo merita una citazione dei Massimo Volume, letta il 18 di Agosto, scritta due anni fa. Avremo altri nomi, e altri modi per perderli di nuovo, mi dicevo, in quell’estate tutta tesa a ritrovarmi, dopo essermi persa tra sentimenti malandati, per persone tutte speciali, ma comunque sbagliate. Quel momento, nella sua banalità, lo ricordo ancora. In quel periodo, ordinavo martini bianco e stuzzichini in un wine bar che mi concedeva, amichevolmente, di usare la sua rete wifi. Un periodaccio. Citazioni su citazioni, mi raccontavo con la musica per non mostrarmi troppo. Ascolti malinconici, tutta roba che irrimediabilmente mi faceva tornare con la mente a qualcun altro. Così, arrivai anche a scomodare Emidio Clementi.

Avremo altri nomi, ed altri modi per perderli di nuovo. Era quello che cercavo. Un rinnovamento, niente di drastico, cercavo solo nomi nuovi da dare alle cose. La parte difficile è stata non cadere al ricatto della malinconia, che a gettare il passato alle spalle non sono buona.

Ma avremo altri nomi, e altri modi per perderli di nuovo.
Un lessico ricchissimo di sinonimi e contrari, due anni di lavoro da quel 18 agosto.
Non ci pensavo più, intenta a seguire la piega presa dagli eventi.
Eppure adesso si sono inventati anche questa: ricordarti quanta fatica hai fatto ad acciuffare parole volanti, plasmate su misura per dar forma a cose mai provate prima.
E non fai in tempo ad abituartici, che è già tutto da rifare.

Il 19 luglio.

C’era un tempo in cui, davanti all’inquadratura a campo lungo di via D’Amelio, il 19 luglio del ’92, non risparmiavo lacrime. E saliva su la rabbia e calava giù la tristezza. Ti fa provare ribrezzo per l’ingiustizia, il 19 luglio, e vorresti fossero tutti davanti a te quelli che dicono che “la mafia non esiste”, per scaraventarli addosso la giusta dose di responsabilità e colpa, per lo meno morale. E non basta, vuoi fare di più. Il 19 luglio, davanti l’inquadratura a campo lungo di via D’Amelio, il tuo senso civico ti trascina in strada per i capelli. Cerchi la piazza, il consenso popolare. La tua indignazione, diventa indignazione comune e non ti trattiene niente e nessuno. Siamo cittadini consapevoli, il 19 luglio. Alcuni anche il 23 maggio. I più bravi, riescono a non mancare nessuna delle due ricorrenze.
Davanti all’inquadratura a campo lungo di via D’Amelio, il 19 luglio del 1992, non riesco a commuovermi più. In linea di massima, riservo una fortissima carica di rancore per il giorno dopo. Quando vedo che in questo Paese, da 29 a questa parte non è cambiato nulla.

La patria offesa, comincia a “passarci su” il 20 luglio. E riaffiora il peso della routine, della ciclicità delle cose, il 20 luglio. Il 20 luglio lo stomaco e il petto, reagiscono con maggiore compostezza all’inquadratura a campo lungo, di via D’Amelio, il giorno precedente di diversi anni fa. Torna su il senso di sconforto per chi non può far nulla, il 20 di luglio, e scema la rabbia. Poi, per sottolineare l’eccezionalità e irripetibilità dell’evento, abbiamo arbitrariamente affibbiato l’appellativo di eroi a chi, quel giorno, ha perso la vita.

Eroi. Protagonisti di uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di se stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune.  Bene comune. Sacrificio consapevole di se stesso.

Il 20 luglio, davanti all’inquadratura a campo lungo di via D’Amelio del giorno prima di diversi anni fa, provo un forte senso di solitudine. E un rabbia sincera, e non per chi ha fatto detonare la Fiat 126 parcheggiata davanti il palazzo dove viveva la madre di Paolo Borsellino. Non solo. Provo rabbia anche per chi arbitrariamente, nel nostro Paese, trova francamente comodo immolare sull’altare patrio tutti quei cittadini che consapevolmente decidono ogni giorno di compiere il loro dovere, innalzandoli al ruolo di eroi.

E questo Paese, quanto ha bisogno di eroi?

La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

Non basta un giorno per rendere atto al sacrificio di una persona.
E c’è chi ha deciso consapevolmente di vivere ogni giorno nel ricordo di quel giorno.
E non è un atto estremo di eroismo. Si chiama senso del dovere.

Per tutti gli altri c’è sempre la resurrezione etica e spirituale h 24, con scadenza annuale.

 


Da Milano con furore. Quando la Politica non è Politically Correct.

Milano Mecca gay. Milano come la Chueaca madrilena. Milano zingara. Milano: l’isola di Wight, con i tossici capelloni a piede libero e la musica dei Dik Dik a palla, per le strade.

Ieri al tg, osservavo ammirata e commossa gli Indignados che hanno pacificamente occupato la Puerta del Sol e mi dicevo che la Spagna non è troppo lontana. Pochi istanti dopo, dagli esteri si è passati alle notizie di politiche interna e mi sono trovata spalmata sullo schermo la faccia raggrinzita e tesa di una donna troppo vecchia per far politica.

“Lei lo sa che se sale Pisapia, vi troverete Milano invasa dagli immigrati?” , lo chiedeva in giro alla gente, con lo stesso tono invadente e fastidioso delle centraliniste che ti chiamano il pomeriggio presto per coinvolgerti, contro ogni tua volontà, nei sondaggi telefonici. E ad avercelo un telefono in mano, per chiuderglielo in faccia!

Letizia Moratti ha l’età di mia madre. Anche mia madre ha fatto politica, ma a 48 anni si sentiva già vecchia per continuare e lasciò perdere, perché credeva nella forza del ricambio generazionale. Oggi, Letizia Moratti, alla tenera età di 62 anni, ambisce a ricoprire, per la seconda volta, il mandato di sindaco di Milano. E’ in ballottaggio contro l’avversario del Pd, Giuliano Pisapia, suo coetaneo. Uno scontro titanico.

“Pisapia, negli anni ’80, frequentava i terroristi. Pisapia vuole spacciarsi per moderato ma non lo è. Pisapia ha il sostegno di Nichi Vendola e dei centri sociali. Pisapia, un matto”.

Avete presente l’assolo di chitarra che apre Shine on you crazy diamond, dei Pink Floyd? Sarà che Bellocchio se ne servì nel 2003 per la colonna sonora di Buongiorno notte, film sull’attentato ad Aldo Moro, sarà che la canzone comincia dicendo “remember when you were young, you shone like the sun. Now there’s a look in your eyes, like black holes in the sky”. Quell’assolo e queste parole, le sentivo in testa, con un effetto vagamente simile alla Cavalcata delle Valchirie in Apocalypse Now. Ho ripensato alle piazze piene negli anni ’70, alla politica fatta nelle sezioni di partito. Ho ripensato a Berlinguer, quando la mattina portava, agli operai in fabbrica, l’Unità. Ho ripensato a mio padre, quando mi raccontava delle spole che facevano alla posta per avere informazioni dei compagni del Nord. Ho ripensato alla politica come a una cosa pulita, fatta di impegno, verso se stessi e verso gli altri. Ho ripensato ai miei genitori, alle loro speranze tradite da un futuro che volevano diverso. Ai loro sforzi per dare a noi il meglio, sfruttando il peggio di loro.

In questa partita a rimpiattino, ci si nasconde dietro le colpe altrui, facendo perdere di vista i contenuti, dimenticati chissà dove nella fretta di metter in cattiva luca l’altro. Vorrei sentir parlare di cose concrete, non di pronostici su una Milano peggiore, con le spranghe alle porte, in un visionario panorama degno di una Baghdad, sotto la guerra. Vorrei che l’ars oratoria, sebbene sia una parola latina, non risulti lingua morta.

Io non sono di Milano, ma sono italiana (checché ne possa dire la Lega) e la mia sensibilità politica e civile guarda ai fatti lombardi con preoccupato sentore che questo Paese si è davvero ridotto alle briciole.

Sarà che in questo periodo storico, ci sentiamo sempre pronti al peggio, con le ore contate, costantemente minacciati dal calendario maya, da un asteroide e dal problema ambientale. Sarà che sentiamo il fiato sul collo della prossima fine. Sarà che l’Italia è in una zona particolarmente sfavorevole a livello di meridiani e paralleli. Eppur si muove, dal mondo arabo all’Occidente, un disagio generazionale che non può più essere contenuto. Eppure io tutte quelle persone a Porta del Sol le ho viste, lo giuro e non avevano proprio l’aria di quelli pronti a ritrattare tutto.

E se la fine del mondo fosse prossima solo per noi?
Una mattina, una fra tante, ci svegliamo nelle nostre case che non sono più nostre, nelle nostre città che non sono più come ce la ricordavamo. Ci sveglieremo soli, mentre tutto il resto del mondo è andato avanti. E lo ha fatto diventando società multiculturali, che non hanno paura del diverso, dove i reati di omofobia hanno un peso pari a quello degli altri reati, solo perché l’omofobia in queste società non esiste.  Alla tv, sentiremo parlare di questi posti come luoghi esotici, lontani. E ci faranno invidia.

In apertura della puntata di Ballarò del 26 aprile, Maurizio Crozza ha detto: “Stiamo diventando tutti come re Mitridate, che aveva assunto tanto di quel veleno per evitare di essere ucciso che quando decise lui di suicidarsi davvero, era talmente assuefatto che non gli faceva più effetto niente. Ecco, noi siamo così. Ci siamo assuefatti a tutto, siamo come le zanzare con il Rayd: dopo un po’ non fa più effetto nulla a noi. Ormai non c’è più limite in questo Paese, dovrebbero farci un monumento. Il monumento al Limite Ignoto”.

Maurizio Crozza è un comico italiano. E i comici sono tra le poche persone serie rimaste in questo Paese.